Blog-portale di Massimo Messina, nonviolento, cristiano, anticlericale, liberalsocialìsta, neoazionista, sionista
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Per una Palestina araboisraeliana federata all'Europa
Un antisionista israeliano o è un matto masochista o è un santo (non nell'accezione comune di persona da venerare, ma di persona di buona volontà) che vuole la pace ed è disposto ad eliminare Israele pur di giungere alla pace ed ad una soluzione monostatale, che io non disdegno affatto. Un antisionista non israeliano esprime disprezzo verso uno Stato che non è il suo, come se ci fossero non italiani che si definissero antiitaliani. Lo accetteremmo? Se possiamo finire per accettarlo (ingiustamente) per i leghisti che italiani sono, mai lo accetteremmo per movimenti, Stati o singole personalità politiche estere. Perché ciò dovrebbe essere accettato da Israele? C'è qualcuno che si caratterizza per essere antiarabopalestinese? L'antinazionalismo non mi convince neppure come espressione. Usiamo termini in positivo, che esprimano meglio ciò che vogliamo costruire, piuttosto di ciò che intendiamo superare. Il termine "antisemita" ha ormai sostituito totalmente quello di "antiebreo". Così finisco per leggere che Hamas è antisemita, come se i membri di Hamas non siano semiti anch'essi. Sono per una soluzione monostatale ai problemi israelopalestinesi. Soluzione monostatale è pure quella degli estremisti iraniani (infatti loro sono per uno Stato arabo islamico possibilmente sciita che butti al mare gli ebrei o che comunque li renda "inoffensivi"). Specifico, quindi, che lo Stato che voglio per la Palestina storica dovrebbe nascere da Israele e non contro Israele, che tale Stato sia il compimento delle speranze laiche, liberali e socialìste che stanno alla base del sionismo storico, che tale Stato e che lo sforzo per realizzarlo, quindi, non possano mai essere antisionisti. Essere antisionisti oggi ed esserlo da non cittadini israeliani significa essere contro l'unico Stato al mondo a maggioranza ebraica. Qualsiasi ebreo o mezzo ebreo come io mi dichiaro credo che abbia il diritto di sentirsi per lo meno offeso. Immaginate che ci sia mezzo mondo letteralmente (capi di Stato, di governi esteri, movimenti più o meno organizzati, manifestazioni di piazza, personalità della cultura e gente comune) che dica peste e corna del Risorgimento, della Resistenza e della Costituzione italiana, che bruci il nostro tricolore e si faccia saltare per aria tra la popolazione italiana, che dichiari che gli italiani debbano sparire dalla penisola o che almeno non hanno il diritto di avere un loro Stato unitario poiché nato dalle violenze delle annessioni capeggiate da casa Savoia. Immaginate che tutto ciò avvenga quotidiamente e dappertutto, a partire dai salotti delle persone che più stimate. Se vivessimo in un clima simile noi italiani (residenti in italia o appartenenti alla diaspora italiana all'estero) accetteremmo che ci venisse detto che tutto ciò non è antiitaliano, ma soltanto contro l'ideologia della Repubblica Italiana? Non credo. Ecco spiegato con un esempio perché antisionismo significa antiebraismo. A volte ciò che appare ragionevole non lo è affatto e la soluzione del problema israelopalestinese costruendo uno Stato arabopalestinese nei territori di Cisgiordania e Gaza è un esempio di ragionevolezza apparente. Volere fare nascere oggi uno Stato arabopalestinese nei territori della Palestina non israeliana sembrerebbe ragionevole, appunto, seguendo la logica della considerazione che è dal 1948 (anche da prima, a dire il vero) che lì i sionisti e gli arabi si fanno la guerra e, di conseguenza, se li separiamo e creiamo condizioni pressocché paritarie smetteranno di combattersi. A parte che tale semplificazione della realtà storica poco ha a che vedere con la realtà, quel poco che, comunque, di reale ha conduce, a mio modesto parere, a considerazioni opposte. Se ormai volere giudicare la nascita dello Stato israeliano ha poco senso logico e tanto senso negativamente ideologico, giudico la nascita dello Stato arabopalestinese come la peggiore tra le sciagure che possano capitare innanzitutto proprio agli arabopalestinesi. Tra l'altro, proprio l'attenzione per le parole mi porta a chiamarli così e non palestinesi soltando, poiché palestinesi sono anche gli israeliani, poiché quella regione geografica così si chiama da millenni, dal Giordano e dal Mar Morto fino al Mediterraneo e la geografia fisica non conosce confini, né ideologie. Lo Stato arabopalestinese dipenderebbe sempre da Stati esteri e attualmente finirebbe nelle mani della peggiore cricca (specialmente se a vincere l'attuale loro guerra civile strisciante sia Hamas). Sono d'accordo, invece, sull'idea di far entrare Israele nell'Unione Europea. Canalizziamo tale percorso d'ingresso in maniera tale che Israele divenga sempre più lo Stato plurinazionale che non fa discriminazione alcuna tra i suoi cittadini. Favoriamo chi in Israele voglia fare tale percorso finanche essendo disposto a non usare più per il proprio Stato i simboli nazionali israeliani (nessuno gli impedirà di usare tali simboli per organizzazzioni intrastatali pubbliche e/o private, ovviamente). Gerusalemme potrebbe benissimo essere la capitale storica e culturale di tale rinnovato Stato plurinazionale postsionista (non antisionista) ed euromedioorientale. Ecco la mia ipotesi di Stato unico. Il nome di Stato Palestinese, ad esempio, sarebbe per me abbastanza appropriato, se coinvogesse anche CIsgiordania a Gaza. Sarebbe un nome neutro e credo che nessun israeliano avrebbe paura a chiamare nei documenti ufficiali Palestina ciò che nel cuore chiama Terra d'Israele, se a base di un tale Stato ci fosse un totale rispetto dell'identità ebraica come di quella araba. Continuo a dirmi sionista poiché realizzazione del sionismo è lo Stato d'Israele, che ritengo sia oggi ciò che più di ogni altra organizzazione si avvicini allo Stato unitario che auspico. Per realizzarlo non ritengo affatto possibile né auspicabile la fusione tra Israele ed ANP, specialmente alle attuali condizioni: l'ANP è allo sbando, non rappresenta l'interezza degli arabopalestinesi (neppure di quelli abitanti i territori palestinesi non israeliani) ed inoltre è in atto una guerra civile strisciante tra Fatàh e Hamàs, la quale rappresenta la maggioranza degli abitanti di Gaza. Il primo passo, a mio modesto avviso di sionista filoarabopalestinese, dovrebbe essere quello di cancellare le discriminazioni interne allo Stato d'Israele tra cittadini ebrei e non. Discriminazione che è vergognosa e non giustificata dallo stato di guerra permanente. Non credo si possa giungere allo Stato unitario liberaldemocratico (nelle righe sotto spiego meglio che intendo) se non facendo in modo che l'entità che più gli rassomiglia (Israele) adotti i principi su cui vogliamo fondarlo. Da parte nostra di europei ciò potrebbe essere favorito dall'ingresso di Israele nell'Unione Europea. Se si lasciasse intendere in maniera chiara che le regioni di Cisgiordania e Gaza avrebbero il diritto di ingresso in Israele che entra nell'Unione Europea vedrei tale mossa favorire l'eventualità che emerga una figura politica arabopalestinese che guidi il suo popolo verso la pace e la libertà della soluzione monostatale che qui prefiguro, specie se si dicesse in maniera chiara che i simboli ed il nome statali potrebbero in tale fase "costituente" essere concordati. Da sionista pretenderei che ciò non cancelli Israele, ma che la renda una parte dell'entità statale unica come un cantone lo è della Svizzera o il lander della Baviera lo è della Germania e lo stesso tipo di autonomia potrebbero avere la regione di Gaza o la Cisgiordania, ovviamente. Il nuovo Stato Palestinese dovrebbe essere fondato sulle idee della liberaldemocrazia, che include democrazia e non discriminazione, includendo Stato di Diritto e legame cultural-politico con l'Occidente, inteso nel senso politico e non geografico (Australia, India, Giappone, quindi, inclusi). La nascita di tale Stato ed il suo ingresso nell'Unione Europea dovrebbe essere accompagnato all'impegno, da parte dell'Unione Europea stessa di dare risarcimento ai profughi palestinesi, intendendo per profughi quelli che realmente hanno subito perdite ingiustificate dalla nascita dello Stato israeliano o dalle guerre che si sono succedute in questi '60 anni, includendo i loro figli. La legge del ritorno e le massiccie immigrazioni di ebrei (e non ebrei che hanno approfittato delle falle della legge) negli anni '90 hanno favorito le attuali violenze, una "legge del ritorno" per i palestinesi dovrebbe, quindi, essere esclusa. La questione sionista e quella palestinese sono congiunte e sono transnazionali e possono avere adeguata soluzione solo a livello transnazionale. Perché è nato il sionismo? Perché i nipoti ed i pronipoti di palestinesi che vivono (ed hanno vissuto dalla nascita e magari vorrebbero continuare a vivere) in un altro Stato arabo non ne hanno la cittadinanza? Il sionismo è nato per dare patria a qualsiasi ebreo del mondo che voglia vivere in uno Stato ebraico, a prescindere da dove fondarlo. Poi si scelse, sbagliando a mio avviso, la Palestina ed ora lo Stato israeliano esiste eccome, ma è destinato o a morire o a trasformarsi nella peggiore macelleria fascista di quell'area del globo. L'aspirazione di dare patria a qualsiasi ebreo del mondo voglia averne credo sia ancora, purtroppo, valida, ma bisogna prendere atto che tale patria non può essere né l'attuale Israele né l'eventuale futuro Stato unitario. Allo stesso modo gli arabopalestinesi debbono comprendere che è impraticabile la via del ritorno dei loro profughi o meglio di quelli che nella loro maggioranza tali vengono considerati per strumentalizzarli affinché nella Palestina pace non ci sia finché c'è Israele ed i sionisti. L'unico sionismo politico attuale nello scenario globale è lo Stato d'Israele, con tutte le sue contraddizioni e con i suoi pregi e difetti. Qualsiasi antisionismo pretende di cancellare tale Stato. Il mio monostatalismo liberalfederale accetta che i simboli, l'inno e perfino le attuali istituzioni israeliani non vengano smantellate fino a che sionisti abitino nell'attuale territorio israeliano. L'importante è che tutto ciò non venga imposto alla restante parte (arabi ed altri) del territorio palestinese. Sionismo e monostatalismo liberalfederale sono perfettamente compatibili, quindi. Da gandhiano non mi dispiace neppure il nazionalismo, inteso non nelle sue degenerazioni, ma come amor patrio od anche amore per la cultura e le tradizioni della propria etnia. Gli attuali nazionalisti arabi pure, nello Stato federale che auspico, e forse anche meglio di ora potranno esprimere i propri sentimenti, anche quelli di odio antiebraico, l'importante è che non venga tollerato il passare alla violenza. Ogni reale speranza per israeliani ed arabopalestinesi è per me nella soluzione monostatale. Gli arabi dovrebbero battersi per entrare in tale Stato e per renderlo migliore, piuttosto che per separarsi illisoriamente da Israele con l'idea anacronistica, violenta ed irrealizzabile dell'indipendenza. Legge del ritorno e risarcimento ai profughi palestinesi dovrebbero essere assunti, nel quadro che qui prefiguro, come carichi, onerosi ma onorevoli, dagli Stati Uniti d'Europa auspicati dai radicali o, almeno, dall'Unione Europea così come attualmente è, entrando Israele nell'Unione. Per ciò che riguarda "la legge del ritorno", ne vorrei una che sia valida per chiunque si dichiari ebreo e viva in Stati in cui ciò basta per non essere sicuro, per qualsiasi ragione. Vorrei una tale legge per l'intera Unione Europea. Lunga vita ad Israele! Pace e libertà all'intera Palestina... federata con gli Stati Uniti d'Europa. Purtroppo, invece, la guerra sta trasformando Israele in qualcosa che mi fa paura. Per questo dobbiamo al più presto batterci per farla ritornare alla ragione ed alle sue radici laiche e liberal-laburiste. Chi meglio di chi si ispira all'azionismo può fare ciò? Quale forza politica può vantare tale comunanza di ispirazione di fondo con il sionismo? Salviamo Israele dalle degenerazioni militariste e nazionaliste, che la stanno trasformando in un mattatoio! Il movimento sionista, infatti, era laico e liberal-laburista come nessun altro movimento politico al mondo se non quello azionista. Lo Stato d'Israele oggi mi sembra sempre meno laico e sempre meno liberal-laburista. Sempre meno sionista, quindi. A parte gli ebrei azionisti che tutti conosciamo, molti ebrei italiani sono passati dalla tessera del Partito d'Azione al movimento kibbutzim in Israele, ovvero dal battersi per la libertà ed un socialìsmo non dogmatico qui in Italia a costruire praticamente un socialìsmo che non si è macchiato di ideologismo e di crimini in Israele. Tanti sono i legami tra azionismo e sionismo. Primo fra tutti i nomi di tali legami l'architetto e storico dell'architettura Bruno Zevi, sionista ed azionista. Alcuni esponenti azionisti erano dichiaratamente dalla parte di Israele. Riguardo i "sionismi di destra", non mi pare abbiano caratterizzato la società e la politica israeliana come e quanto i sionisti laburisti, ma è vero che negli ultimi vent'anni le cose hanno preso un'altra direzione e di sperimentazione socialìsta se ne vede e se ne parla sempre meno, mentre di guerra e di paura se ne vede e se ne parla sempre più nella mia amata ed alla deriva Israele.
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Posted: 17:30, 18.04.2009 |
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Commento senza titolo
| L’analogia tra una fondazione verticistica (decisa sostanzialmente dalle potenze vincitrice occidentali) senza legami con le vicende geopolitiche della seconda guerra mondiale – non esistono terre promesse dagli dèi, dalla Storia, dai libri sacri o da propagande delle Origini, i territori si conquistano e si difendono in battaglie corpo a corpo – di una colonia di ebrei in Palestina con il Risorgimento e la Resistenza italiani mi sembra del tutto fuori luogo. L’opinione secondo cui la soluzione di uno stato unitario palestinese fatto da arabi e israeliani sia di gran lunga preferibile alla non soluzione di due stati indipendenti si basa sul pregiudizio che in quest’ultimo caso lo stato non israeliano sarebbe antidemocratico povero e aggressivo. Perché le cose dovrebbero andare così? Perché possiamo plausibilmente immaginare uno stato unitario magari membro dell’unione europea e non due stati entrambi democratici e magari entrambi membri dell’unione europea? Quest’ultima ipotesi, cioè quella di uno stato arabo democratico, sebbene improbabile, mi sembra abbia una maggiore plausibilità di uno stato unitario democratico, e questo perché penso che – la storia non lo smentisce – l’identità nazionale sia una condizione della democrazia, non perché storicamente per lo più sia stato così, ma perché l’alternanza nei regimi democratici può essere garantita a patto che sia riconosciuta una identità condivisa, a patto, per dirla in altri termini, che si sappia chi va a governare, sebbene faccia parte di un partito o di una coalizione alternativi, in fondo è uno di noi. Non è escluso che la mancanza di democrazia che si lamenta in Italia sia anche dovuta alla circostanza che non esiste ancora un popolo italiano identitariamente compatto. |
Inviato da Luigi Pavone alle 14:37, 18.04.2009 |
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Il sionismo è quasi esclusivamente laico
Sei così certo che la nascita d'Israele sia dovuta ad una mera "fondazione verticistica (decisa sostanzialmente dalle potenze vincitrice occidentali) senza legami con le vicende geopolitiche della seconda guerra mondiale [...] di una colonia di ebrei in Palestina"? Ebrei in Palestina sempre ci sono stati e probabilmente sempre ci saranno. Le immigrazioni ebraiche in quella terra in epoca contemporanea iniziarono già nell'Ottocento, epoca in cui nacque il movimento sionista. Ti invito a documentarti meglio. Sul fatto che "non esistono terre promesse dagli dèi, dalla Storia, dai libri sacri o da propagande delle Origini" e che "i territori si conquistano e si difendono in battaglie corpo a corpo" è ovviamente discutibile, ma di certo non c'entra con il sionismo, che è fenomeno quasi interamente laico. Come già scrissi, infatti, si è scelta la "terra promessa", ma il sionismo ottocentesco non era così certo che fosse quella la terra dove andare a costruire lo Stato ebraico. I padri sionisti erano quasi nella totalità molto critici nei confronti della fede ebraica e gli ebrei religiosi erano antisionisti anche al momento della nascita d'Israele. Ancora oggi molti ebrei religiosi sono ferocemente antisionisti al punto che pregano e si adoperano per l'estinzione del sionismo e dello Stato d'Israele al punto che si alleano anche con i peggiori antisionisti nel mondo (vedi ad esempio il gruppo di rabbini e religiosi ebrei Naturei Karta).
Risorgimento e Resistenza hanno fondato lo Stato italiano come il sionismo ha fondato lo Stato d'Israele. Sarei per la soluzione monostatale anche se l'alternativa fosse uno Stato arabopalestinese accanto ad Israele democratico, ricco e pacifico. Tale alternativa, però, neppure esiste. Due "stati entrambi democratici e magari entrambi membri dell’unione europea" non mi dispiacerebbero affatto, ma dal 1948 ad oggi chi è riuscito a creare uno Stato o, almeno, una qualsiasi forma di autorità stabile e rispettosa dei singoli nella Palestina storica, escludendo Israele?
Interessante e condivisibile l'idea che "l’identità nazionale sia una condizione della democrazia, non perché storicamente per lo più sia stato così, ma perché l’alternanza nei regimi democratici può essere garantita a patto che sia riconosciuta una identità condivisa, a patto, per dirla in altri termini, che si sappia chi va a governare, sebbene faccia parte di un partito o di una coalizione alternativi, in fondo è uno di noi". La soluzione monostatale in Palestina, infatti, sarà possibile quando un movimento che coivolga entrambi i popoli e li indirizzi verso una coscienza comunitaria che metta in luce i legami millenari degli abitanti della Palestina, ebrei, arabi ed altri. Riguardo l'Italia, penso sia nazione in costruzione.
Modificato da maxmex il giorno 20.04.2009 alle ore 11:10 |
Inviato da maxmex alle 18:29, 19.04.2009 |
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<i>Commento senza titolo</i>
Ciao Luigi,
ciao Max.
Sul forum del "Nuovo Partito d'Azione" io e Max abbiam discusso con passione questi temi (il testo di Max che compare qui sopra è, appunto, una composizione dei suoi interventi in quel forum).
Io e Max, pur condividendo il generale orizzonte liberalsocialìsta azionista, partiamo comunque, relativamente al problema arabo-palestinese, da alcune differenze di fondo importanti, soprattutto relativamente alla valutazione del/dei sionismo/i e del/degli antisionism/i. (se ho ben capito, peraltro, le nostre diversità di valutazione nascono dal fatto che Max ha un approccio più ideale-politico, io uno più storico: partito da un "pregiuduzio" - nel senso di giudizio "precedente" all'approfonidmento - filosionista, lo studio della storia della regione - il mio riferimento più importante è lo strorico israeliano Benny Morris - mi ha condotto a conclusioni antisioniste - laddove io mi r-i-b-e-l-l-o alla confusione tra antisionismo, che è un'opzione politica, e l'antisemitismo, che è un crimine razzistico...).
Ebbene, la cosa interessante è che, nonostante le nostre differenze di partenza, io e Max siamo molto vicini per quanto riguarda la delineazione della soluzione "monostatale" democratica.
Facendo qui da sponda al sionista "eretico" Daniel Gavron (io penso che anche il sionismo di Max sia alquanto eretico, ma lo dico sottovce per non farlo arrabbiare, he he he!), dico a coloro che sostengono la soluzione dei Due Stati: ebbene, e allora perché non li fate, questi due stati? Infatti è ormai da Oslo che l'intero mondo s'è orientato verso questa soluzione, e questa soluzione è a tutt'oggi quella ufficialmente sostenuta dalle due parti in causa. E allora dico al mondo, dico agli israeliani, dico ai palestinesi: fatela! Dite che è l'unica possibile? Allora dimostrate che avete ragione!
Perché non la si fa? Senz'altro c'è una buona dose di malafede in due influenti minoranze, sia israeliana (il movimento dei coloni "ideologico-fanatici", i partiti di estrema destra), sia palestinese (i movimenti integralisti, compresa una grossa fetta di Hamas). Ma a me sembra che questa spiegazione sia insufficiente. E' ora di cominciare quantomeno a chiedersi se il sistema dei "Due Stati" non funziona perché forse non può funzionare. E' ora di chiedersi se davvero la situazione sul campo consente una qualche minima possibilità di successo a politiche che ragionano in termini di separazione, divisione, nazione e discendenza di sangue.
Ecco cosa dice l'introduzione dello statuto di un'organizzazione internazionale favorevole allo Stato Unico Democratico, da me tradotta nel forum del Nuovo Partito D'Azione:
Premessa
Da più di mezzo secolo, morte, sofferenza e distruzione hanno mandato in rovina il territorio della Palestina, così come definito per il Mandato Britannico dal Consiglio della Lega delle Nazioni nel 1922 (da qui in poi: Palestina/Israele).
Le soluzioni proposte per il conflitto in Palestina/Israele hanno fallito, perché si fondavano sulla ripartizione di una terra, che non può essere ripartita senza creare altre ingiustize. L'esiguità territoriale, il mescolamento reciproco delle popolazioni e i loro rapporti di interdipendenza escludono l'istituzione di due stati, le cui proprietà [beni. NdT] religiose causerebbero inevitabilmente discriminazioni ed eterni conflitti.
Considerati questi fatti, l'Associazione per un Unico Stato Democratico in Palestina/Israele (da qui in poi: l'Associazione) è convinta, che la creazione di un unico stato democratico è l'unica soluzione del conflitto a lungo termine e in grado di reggere. L'istituzione di uno stato unitario in Palestina/Israele verrebbe realizzata attraverso la fusione delle due entità legali - lo Stato di Israele e l'Autorità Nazionele Palestinese - in un' unica istituzione costituzionale e democratica, che garantirebbe a tutti i suoi cittadini eguali diritti e doveri, senza alcuna discriminazione di sorta basata sulla religione, il sesso, la nazionalità, l'appartenenza etnica o la lingua. Successivamente, questo stato potrebbe farsi modello e nocciolo di un più grande ente politico, includente altri paesi mediorinetali e nordafricani.
Ripeto: coloro che hanno in mano il potere politico per realizzare soluzioni, sia nella regione, sia nel mondo, sostengono tutti la soluzione bistatale, e dicono che quella monostatale è irrealizzabile.
Bene, visto che loro il potere di realizzare la bistatale ce l'hanno, dovrebbero dimostrarci che hanno ragione; che quella è l'unica via d'uscita, e percorrerla fino in fondo.
La bistatale sta fallendo ripetutamente dal 1948.
Non è il caso di provare almeno a chiedersi se altre soluzioni sono praticabili, e forse perfino preferibili?
Per chi fosse più interessato, suggerisco caldamente la lettura delle seguenti pagine del forum del Nuovo Partito d'Azione (non voglio svuotare il blog di Max, ma invito comunque tutti i socialìsti, i liberali e gli azionisti a discutere dentro il forum del Partito):
http://nuovopartitodazione.forumup.it/about445-nuovopartitodazione.html
http://nuovopartitodazione.forumup.it/about445-0-asc-15-nuovopartitodazione.html
http://nuovopartitodazione.forumup.it/about445-0-asc-30-nuovopartitodazione.html
http://nuovopartitodazione.forumup.it/about445-0-asc-45-nuovopartitodazione.html
Andrea Fontana
Modificato da maxmex il giorno 19.04.2009 alle ore 22:59 |
Inviato da Anonymous alle 21:21, 19.04.2009 |
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Grazie
| Grazie, Andrea, per il contributo |
Inviato da maxmex alle 23:08, 19.04.2009 |
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Commento senza titolo
| Massimo mi concede troppo. Infatti, si dice d’accordo che il sentimento identitario sia una condizione per la formazione di uno stato araboisraeliano democratico. Dunque, qual è esattamente il da farsi per la comunità internazionale per instillare questo sentimento? Lo stato d’Israele è nato con l’appoggio delle potenze occidentale – innanzitutto gli inglesi –, forse con l’intento di creare una enclave occidentale in un punto geografico strategicamente ed economicamente interessante (non sono uno storico e quindi posso soltanto parzialmente accogliere l’invito di Massimo ad approfondire la questione). Fu una risoluzione ONU a riconoscere ufficialmente lo stato d’Israele. In ogni caso, sia religioso o laico il sionismo, il punto fondamentale è che esso non coinvolse gli arabi, li escluse. Sin dall’inizio l’idea era quella di costruire uno stato abitato e governato da ebrei, magari che tollerasse al suo interno minoranze arabe politicamente innocue, ma ebreo. Dunque, lo ripeto – trovando in questo il consenso di Massimo – c’è il problema del sentimento identitario che manca, manca presso gli arabi, manca presso gli ebrei. La formazione di uno stato unitario è esclusa, come commenta Andrea, dalla comunità internazionale… sì ma perché è innanzitutto esclusa dai palestinesi e dagli israeliani. La comunità internazionale si limita a registrare un fatto. Lo stato d’Israele ha una costituzione sua propria, una economia forte e armi potenti. In queste condizioni di vantaggio politico economico militare, è disposto a rimodellare la l’organizzazione della società e dello stato, a partire dalla costituzione, affinché la nascita del nuovo stato araboisraeliano sia davvero tale? Coinvolga davvero gli arabi con un nuovo – questa novità è indispensabile, dal momento che la tradizione della democrazia israeliana non è qualcosa che i palestinesi possano sottoscrivere sic et simpliciter, siamo seri! – atto fondativo? |
Inviato da Luigi Pavone alle 12:54, 20.04.2009 |
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Il ruolo dell'Europa e della comunità internazionale
La comunità internazionale può favorire la nascita di coscienza comunitaria araboisraeliana, a mio modesto parere, facendo pressione su Israele affinché rispetti il principio di eguaglianza tra i suoi cittadini ebrei e non, laici e religiosi, facendosi carico della questione sionista, facendola divenire questione dell'intera Europa (legge del ritorno come legge dell'UE), così come del problema dei profughi arabopalestinesi. Tutto ciò in un quadro di ingresso nell'UE quale ho prefigurato nell'articolo (tratto dai miei interventi nel forum del Nuovo Partito d'Azione, come giustamente ha scritto Andrea).
E' ovvio che sia stata una "risoluzione ONU a riconoscere ufficialmente lo stato d’Israele", cosa doveva essere, una delibera del comune di Canicattì? Certo che il sionismo escluse gli arabi, i quali, comunque, non avevano alcuna intenzione di essere inclusi. Ora, invece, sempre più lo desiderano (a parte gli estremisti, ovviamente). Il sentimento araboisraeliano può svilupparsi, a mio parere, in un percorso quale quello che ho prefigurato. Elementi della costituzione israeliana dovranno eccome essere cambiati, ma non c'è bisogno di stravolgere Israele sciogliendo tale Stato, nella soluzione federale che auspico in cui un atto fondativo comune sarebbe necessario se e solo se Cisgiordania e Gaza volessero partecipare all'ingresso di Israele nell'UE con pari dignita in una federazione palestinese araboisraeliana.
Modificato da maxmex il giorno 20.04.2009 alle ore 13:15 |
Inviato da maxmex alle 13:14, 20.04.2009 |
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Commento senza titolo
| Non sono uno storico, come ti ripeto. Comunque, per quanto ne so, la risoluzione ONU in questione non fu un atto politicamente neutro, cioè tale da riconoscere ufficialmente l’esistente, disegnò i confini dello stato d’Israele e ne segnò, non solo ufficialmente, la nascita. Qualcosa cioè che una delibera comunale, ancorché di Canicattì, non avrebbe potuto fare. La mia domanda è seria: qual è esattamente il da farsi per la comunità internazionale per instillare un sentimento identitario che entrambi riconosciamo essere una condizione necessaria? Rispondere che si devono fare pressioni affinché questo avvenga, mi sembra una risposta tautologica. Poco più che tautologico, ma sempre nebuloso, è rispondere che l’ingresso di Israele in Unione Europea potrebbe aiutare. Non lo so se lo scioglimento dello Stato d’Israele sarebbe necessario, a me però sembra che occorra qualche genere di azzeramento che chi è in condizioni di enorme vantaggio economico militare sarebbe maldisposto ad accettare. Questo succede anche presso gli individui e le corporazioni, figuriamoci quando sono in gioco i Leviatani. Anche la storia e la politica hanno una loro natura. C’è qualcosa di innaturale, e forse anche di sbagliato, in un tavolo di trattative in cui il parere del più debole conta quanto quello del più forte. Non è mai esistito un tale tavolo, che io sappia. E c’è un detto, forse di Bacone, che dice che alla natura si comanda ubbidendole. |
Inviato da Luigi Pavone alle 14:25, 20.04.2009 |
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Commento senza titolo
Sì, era proprio Bacone.
Una piccola precisazione, che però è piuttosto importante: Israele NON ha una costituzione.
Anch'io non sono uno storico, ma il problema israelo-palestinese m'ha tanto appassionato, che mi son letto diverse cose al riguardo, e in particolare ho molto apprezzato "Vittime", dello storico israeliano Benny Morris (edito da BUR). Ne consiglio CALDISSIMAMENTE l'appassionante lettura, a tutti coloro che vogliono capirne un po' di più (qui, in effetti, la conoscenza storica diventa precondizione di ogni discorso approfondito sulla questione).
Mi permetto anche di insistere nell'invitare alla lettura delle pagine del forum del Nuovo Partito d'Azione:
http://nuovopartitodazione.forumup.it/about445-nuovopartitodazione.html
http://nuovopartitodazione.forumup.it/about445-0-asc-15-nuovopartitodazione.html
http://nuovopartitodazione.forumup.it/about445-0-asc-30-nuovopartitodazione.html
http://nuovopartitodazione.forumup.it/about445-0-asc-45-nuovopartitodazione.html
Lì si vedono non solo le tante identità di vedute tra me e Max, ma anche le poche (ma importanti) differenze d'approccio (e di soluzione: io, ora come ora, sono sostanzialmente per l'azzeramento della "legge del ritorno"). |
Inviato da Anonymous alle 03:28, 21.04.2009 |
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Commento senza titolo
Ah, scusate!
L'ultimo intervento era mio, ma ho dimenticato di firmarlo...
Andea Fontana |
Inviato da Andrea Fontana alle 02:46, 22.04.2009 |
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Commento senza titolo
| Massimo dice che esistono articoli della Costituzione di Israele che vanno cambiati, eccome! (sic). Spero che ne usciamo vivi almeno sui dati di fatto. In ogni caso, ti invito a considerare che il mio riferimento alla costituzione era piuttosto lato. Mi pare piuttosto evidente che se non esiste un documento unitario costituzionale, esisteranno comunque leggi di base (anche se non raggruppate in un’unica carta) che informano le istituzioni democratiche, i rapporti tra parlamento e magistratura etc., e anche la legislazione stessa. Al di là di questo dettaglio, che potrebbe non essere solo un dettaglio, credo che questo dibattito ci abbia condotto a due cose, una condivisa, l’altra condivisibile. Innanzitutto, l’idea di un sentimento identitario come condizione di uno stato unitario araboisraeliano. In secondo luogo che la sua fondazione comporterebbe qualche genere di azzeramento che per chi è in una posizione di vantaggio economico militare è qualcosa di difficilmente digeribile. D’altra parte, non è negli interessi della classe politica israeliana avere ai propri confini uno stato arabo, in cui i sentimenti anti-israeliani potrebbero acquisire organizzazione statale e militare. Quanto all’entrata di Israele in Europa, due considerazioni. La prima: in che modo esattamente questo potrebbe andare nella direzione auspicata tenendo conto delle limitazioni di cui ho parlato. La seconda: spetta alla classe politica israeliana chiedere di entrare in Europa. Chiederlo con un programma politico che abbia da parte degli israeliani una maggioranza schiacciante. Può darsi che Israele non trovi interessante entrare in Europa, può darsi che in questa operazione – a torto o a ragione – veda qualcosa che le impedisca di muoversi, di difendersi liberamente in Palestina, all’Europa preferendo gli Stati Uniti. |
Inviato da Luigi Pavone alle 23:24, 22.04.2009 |
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Costituzione a tutti gli effetti
In questo momento non ho il tempo per rispondere compiutamente a tutto, ma vi invito a leggere il seguente articolo sulla Costituzione israeliana e sull'idiozia di pensare che essa non esista. http://www.israele.net/articolo,1900.htm |
Inviato da maxmex alle 00:02, 23.04.2009 |
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