Il blog si trasferisce

Questo blog chiude, o meglio si trasferisce da ora in poi su altra piattaforma, che mi permetterà di poterlo seguire con la connessione mobile che utilizzo anche direttamente dal telefonino.
Ringrazio, quindi, tutti coloro che lo hanno qui seguito e li invito ai miei nuovi indirizzi:

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Pavone critica Baget Bozzo

Ho ricevuto da Luigi Pavone questo interessante articolo che volentieri pubblico, avendone seguito quelle che Pavone chiama ‘alterne vicende’ e non piacendomi solitamente la censura, neanche quella nei propri confronti.

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Una ambigua difesa della democrazia


Questo articolo ha avuto alterne vicende. Gianni Baget Bozzo nel frattempo è morto. Io ne vedo ancora l’attualità. Poiché è stato recentemente rimosso – non lo so se sua mia richiesta o indipendentemente da essa – dal sito del Movimento Arancione, lo ripropongo qui. Quanto al resto, l’italietta non ha età e ideologie, poi c’è una madre che – come si dice – è sempre gravida.


La «Lettera teologico-politica al presidente Fini» di Gianni Baget Bozzo (il Foglio del 2 Aprile) si chiude con alcune affermazioni che non possono non attirare l’attenzione di qualunque osservatore politico e della politica del centrodestra italiano in particolare. Baget Bozzo conclude affermando che «la causa della Chiesa cattolica e quella della democrazia sono in certi casi una causa sola» (il corsivo è nostro). Allora è interessante domandarci: in quali altri casi la causa della Chiesa cattolica e quella della democrazia non sono una causa sola? Per Baget Bozzo la democrazia è il principio del consenso razionale posto al di sopra delle stesse istituzioni democratiche. Su questo punto dissento dalla interpretazione che è stata data da Carmelo Palma su libertiamo.it, «Per Baget Bozzo lo Stato etico è quello liberale» (3 Aprile), dal momento che la difesa della democrazia da parte di Baget Bozzo non può essere ridotta alla difesa del consenso maggioritario tout court. Ma il punto è: quando il consenso si deve dire razionale? Da quale modello di ragione tale principio è informato? Il modello di ragione (e di consenso razionale) che Baget Bozzo ha in mente è qualcosa che se è in linea con l’impostazione tomistica dei rapporti tra Fede e Ragione professata dalla Chiesa cattolica nei suoi documenti ufficiali, non contempla la possibilità di contraddizioni con la dottrina cattolica. Allora è chiaro che i casi in cui la causa della Chiesa cattolica non coincide con quella della democrazia, sono esattamente i casi in cui il consenso democratico si costituisce al di là del principio del consenso razionale, ciò a dire al di là dell’unità (la distinzione riposa interamente sui limiti della natura della ragione umana) di fede e ragione, politica e religione. Ci sono dei casi, dunque, in cui le istituzioni – direttamente o indirettamente ecclesiastiche – sembrano legittimate a prevalere sulla democrazia, i casi in cui la democrazia non è razionale! Questa legittimità ha da un punto di vista formale la stessa natura della legittimità delle istituzioni democratiche a intervenire laddove il consenso parlamentare forza i principi costituzionali. Infatti, nell’articolo già citato, Palma scrive che «se a giustificare la legittimità di una norma bastasse il principio del consenso e non servisse un diverso fondamento di natura ”costituzionale” bisognerebbe inchinarsi dinnanzi alle decisioni di un Parlamento sovrano che stabilisse, per ragioni o interessi di ordine collettivo, la discriminazione terapeutica dei disabili o l’eutanasia coatta dei malati terminali». Perfettamente d’accordo. Dunque il consenso maggioritario non è sufficiente alla legittimità delle norme. Esso deve essere qualcosa di più: deve essere razionale. Per alcuni la razionalità può venir ricondotta alle costituzioni liberaldemocratiche, per altri ai preamboli della Fede. In Italia è stato affermato un modo per essere pienamente democratici che consiste nel porre alle basi delle democrazie occidentali il nichilismo, inteso come identificazione della varie forme di razionalità con varie forme di volontà di potenza (sulle colonne del Corriere della sera, il filosofo Emanuele Severino si è speso parecchio in questa direzione). Per quanto mi riguarda penso che il problema della razionalità del consenso debba porsi in termini più promettenti. Questi possono venir individuati nella ricerca di un’etica sociale, oltre le stesse costituzioni liberaldemocratiche, in grado di gestire le possibilità di conflitto tra i principi della razionalità e le esigenze del progresso, con strumenti che classifichino come razionale il consenso informato alle regole della razionalità costituzionale, ma che non escludano la possibilità di modificare le regole costituzionali qualora queste risultino inadeguate a rendere conto dell’emergere di nuove istanze di razionalità. Qualcuno (Nelson Goodman) direbbe i mettere razionalità e consenso democratico in equilibrio riflessivo.

Luigi Pavone

luigi.pavone@unipa.it

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Il principio del non respingimento!

GINEVRA, 12 maggio 2009 – In una lettera inviata al governo italiano, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), pur riconoscendo che l’immigrazione irregolare rappresenta una difficile sfida per l’Italia e gli altri paesi dell’Unione Europea, continua tuttavia ad esprimere forte preoccupazione per la politica attualmente adottata dall’Italia che mina l’accesso all’asilo nell’UE e che rischia di violare il principio fondamentale del non-respingimento contenuto nella Convenzione del 1951 sullo status di rifugiato, nella legislazione dell’UE così come in altre convenzioni internazionali sui diritti umani. Il principio di non respingimento non comporta alcuna limitazione geografica. Gli stati sono obbligati a rispettarlo in qualunque luogo nel quale esercitino la loro giurisdizione, mare aperto incluso.
Le preoccupazioni dell’UNHCR sono acuite dal fatto che la Libia non ha firmato la Convenzione sullo status di rifugiato del 1951 e non possiede una legge sull’asilo né un sistema di accoglienza e protezione dei rifugiati. Non esiste quindi alcuna garanzia sulla possibilità di ottenere protezione internazionale in Libia da parte di chi ne ha titolo.
Ciò nonostante, l’UNHCR sta facendo il possibile per fornire assistenza umanitaria e di base ai migranti rinviati in Libia dall’Italia. In base a quanto emerge dalle prime audizioni effettuate recentemente con alcuni di questi nei centri di detenzione, risultano effettivamente esserci persone che hanno espresso la volontà di fare richiesta di asilo e che potrebbero essere qualificate per ricevere protezione internazionale. Fra questi, ad esempio, cittadini somali ed eritrei.
In considerazione del fatto secondo il quale gli stati sono responsabili per le conseguenze delle proprie azioni nei confronti di persone che si trovano sotto la loro giurisdizione, l’UNHCR si appella al governo italiano affinché riammetta sul proprio territorio coloro che sono stati rimandati indietro dall’Italia e che sono stati identificati dall’UNHCR come richiedenti asilo. Le loro domande di asilo sarebbero quindi vagliate in conformità alla legge in Italia.
L’UNHCR ritiene imperativo trovare soluzioni affinché le misure di controllo dell’immigrazione non impediscano l’accesso alla protezione internazionale a coloro che ne hanno bisogno.
Più del 70% delle 31.200 domande d’asilo presentate nel 2008 in Italia provengono da persone sbarcate sulle coste meridionali del Paese. Il 75% circa dei 36.000 migranti sbarcati sulle coste italiane nel 2008 – due su tre – ha presentato domanda d’asilo, sul posto o successivamente, mentre il tasso di riconoscimento di una qualche forma di protezione (status di rifugiato o protezione sussidiaria/umanitaria) delle persone arrivate via mare è stato di circa il 50%. Nel 2008, il maggior numero di domande di asilo in Italia è stato presentato da cittadini provenienti dalla Nigeria, seguiti da persone in fuga dalla Somalia e dall’Eritrea, dall’Afghanistan, dalla Costa d’Avorio e dal Ghana.

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Per un sistema uninominale maggioritario

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Il sistema proporzionale assegna tanti seggi in proporzione a quanti voti vengono presi da ogni singola lista. Di metodi di calcolo di tale proporzione ce ne sono diversi. La diversità nell’ambito dei sistemi maggioritari è ancora maggiore, non trattandosi solo di diversità di metodo di calcolo, bensì di modalità di attribuzione dei seggi. 
Il sistema proporzionale (tra i più proporzionali esistenti al mondo) lo abbiamo avuto in Italia dal dopoguerra alla riforma maggioritaria dell’inizio degli anni ’90. Tale sistema ha portato al predominio della DC e poi l’unità nazionale partitocratica. 
Il Mattarellum era un mostro al 75% uninominale maggioritario ed al 25% proporzionale. Per la parte uninominale era maggioritario, infatti per maggioritario si intende che il maggior partito prende più seggi e con l’uninominale nel singolo collegio il partito che prende un voto in più si accaparra l’unico seggio da attribuire nel collegio, quindi prende di più eccome, prendendo tutto il prendibile. 
I sistemi maggioritari, infatti, solitamente non assegnano premi di maggioranza, l’effetto maggioritario è automatico senza bisogno del meccanismo del premio. Ciò significa che solitamente ad ogni elezione risulta una maggioranza parlamentare, ma ciò non è affatto detto che debba accadere. Solitamente i partiti finiscono per capire che solo accorpandosi hanno possibilità di eletti e così il sistema tende ‘naturalmente’ verso il bipartitismo. Il mattarellum (senza quota proporzionale!!!) avrebbe portato nel tempo (non in una singola o due tornate elettorai, ma almeno in un decennio) ad un sistama bi-tripartitico, che non significa meno democrazia, in quanto in ognuno di essi può benissimo essere presente la ricca diversità che qui in Italia siamo abituati a vedere in più partiti. 
Vero è che i sistemi bibartitici tendono a far somigliare i due partiti nel lungo periodo, ma le diversità finiscono per esprimersi ugualmente tra destra a sinistra come possiamo ben vedere nei sistemi politici anglosassoni. 
Il sistema elettorale uninominale maggioritario (Mattarellum senza quota proporzionale) ha permesso in Gran Bretagna al partito laburista, che era fuori dal Parlamento non solo di entrarvi, ma di divenire il secondo e poi il primo partito, andando al governo. Forse è vero che lì ora dovrebbero cambiarlo poiché è mutata la situazione politica, ma non è vero che di per sé il sistema elettorale maggioritario uninominale impedisce il nascere ed il crescere di forze terze o quarte. L’Italia aveva richiesto a gran voce il maggioritario ed aveva mutato di conseguenza il suo modo di votare, ma poi sono arrivati Berlusconi e Calderoli e la loro porcata.

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Auguri, mamma

Oggi è la festa della mamma, ricorrenza diffusa in tutto il mondo. Quale ne è l’origine? Negli USA, nel maggio 1870, Julia Ward Howe, attivista abolizionista della schiavitù e pacifista, propose l’istituzione del Mother’s Day (Giorno della madre), come momento di riflessione contro la guerra. Fu ufficializzata dal presidente Woodrow Wilson nel 1914 decidendo di festeggiarla la seconda domenica di maggio, come espressione pubblica di gratitudine per le madri e come speranza di pace.
In Italia fu celebrata per la prima volta
nel 1957 da don Otello Migliosi ad Assisi nel piccolo borgo di Tordibetto di cui era parroco.

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Risposta a Luigi Pavone sulla questione palestinese

Il 29 novembre 1947 venne approvata la Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite n. 181, che prevedeva la spartizione della Palestina in uno Stato ebraico ed uno arabo. Il 14 maggio del 1948 gli ebrei di Palestina dichiararono unilateralmente la nascita dello Stato di Israele, un giorno prima che l’ONU stessa, come previsto, ne sancisse la creazione. Il 15 maggio dello stesso anno la Gran Bretagna si ritirò definitivamente dalla Palestina.
La risoluzione ONU in questione delineò i confini con grande accuratezza e stabilì che Gerusalemme fosse amministrata dall’ONU stessa. Tale risoluzione, approvata all’unanimità, corredata da carte geografiche, è sempre stata contrastata da lsraele, nei fatti e nelle dichiarazioni che hanno preceduto, accompagnato e seguito i fatti stessi.

Non esiste una specifica azione che possa instillare dall’esterno un sentimento identitario comune negli abitanti della Palestina storica. Proporre ad Isreele di richiedere l’ingresso nell’Unione Europea è l’inizio di un processo che ha aspetti politici, economici, culturali e sociali e si realizza negli anni e per certi aspetti nei decenni. Se gli arabopalestinesi vorranno partecipare a tale processo ciò li porrà formalmente già in condizione di parità e non potrebbe che essere così attualmente, visto che l’occupazione israeliana sui terrirori arabi (anche se ormai smembrati e tutt’ora erosi da Israele) è finita da anni e lo Stato arabo di Palestina non riesce a nascere. L’unico modo di entrare nell’Ue dei territori arabi è, allo stato attuale, la creazione di uno Stato unitario, quindi, e con eguali diritti per tutti, che rispetti tutte le condizioni che sono imposte ai membri dell’Unione.
Gli Stati Uniti d’America non è detto che sempre saranno a fianco di Israele. Alcuni Stati dell’Unione Europea hanno avuto problemi anche di guerre civili (vedi situazione irlandese), altri hanno ancora problemi di terrorismo e rivendicazioni territoriali (Paesi baschi).

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Primo maggio meditando sui candidati alle europee

L’Italia libera, il giornale del Partito d’Azione, uscì il primo maggio 1945 con tale titolo in prima pagina:
PRIMO MAGGIO DELLA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA
In un occhiello vi era questo titolo:
PRIMO GIORNO DI MAGGIO ULTIMO DEL FASCISMO.
I radicali, hanno scandito questo slogan, lo scorso 25 aprile:
Il fascismo, l’abbiam cacciato via! Ora, a casa, la partitocrazia!
A proposito di partiti, il Nuovo Partito d’Azione non appoggerà, neppure esternamente, la lista Sinistra e Libertà. Ha presentato, anzi, il suo simbolo e quindi, immagino, sta tentando di essere presente nelle schede elettorali. Perché le donne e gli uomini delle sinistre ancora non comprendono che bisogna unire le forze laicamente e per obiettivi di giustizia, libertà e moralizzazione? Mi troverò costretto a scegliere tre nomi di una tra le liste di sinistra o della lista del PD. Qui in Sicilia, infatti, il PD sta candidando Rita Borsellino e Rosario Crocetta, per i quali non mi spiacerebbe votare e che credo abbiano più probabilità di farcela di candidati che pure stimo come i radicali Pannella e Bonino. Trovo desolante vedere la sinistra allo sbando, adesso che il sistema elettorale e la situazione politica imporrebbe l’unità delle sinistre, nessuno escluso, intorno a candidati di prestigio e con obiettivi realmenti europeisti.

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25 Aprile – Ricordando le parole di Calamandrei

UNA PROPOSTA PER IL 25 APRILE: “lapide ad ignominia” su tutti i siti

In occasione del 25 Aprile, proponiamo a tutti i siti e blogs di ispirazione democratica ed antifascista di far apparire nella propria pagina di apertura le parole dettate da Pietro Calamandrei in risposta alle affermazioni di Kesselring che, nel 1952, da poco graziato per “gravi condizioni di salute” dalla condanna (a morte, poi commutata in carcere a vita), e da poco rientrato nella sua Baviera, venendovi da molti accolto come un eroe, una volta al sicuro ebbe a dire di non aver nulla da rimproverarsi, e che anzi gli italiani avrebbero dovuto essergli tanto grati da dovergli erigere un monumento. 

Queste parole furono incise su una lapide scoperta il 4 Dicembre 1952, in occasione degli otto anni dallo assassinio di Duccio Galimberti.

Nell’ Italia di oggi sorgono organizzazioni dichiaratamente fasciste, una ventata razzista e xenofoba percorre il Paese, e le pubbliche vie sono aperte a manifestazioni che apertamente proclamano parole d’ordine inneggianti al nazismo, all’odio razziale, alla sopraffazione ed alla violenza nei confronti di ogni forma di diversità.

Tali sono i modi esprimersi di gruppi di deficienti e disadattati; ma questi trovano legittimazione sempre più evidente negli atteggiamenti culturali di larga parte della maggioranza di governo e nell’ opera di “revisione a-storica” di molti intellettuali, tendente a derubricare l’antifascismo e la Resistenza da lotta e guerra per la liberazione e la democrazia a “guerra civile” di italiani contro italiani, e perciò stesso da  condannare. E trovano legittimazione politica nelle affermazioni di chi ormai si considera “capo del governo” sciolto dalle leggi e dalle norme costituzionali, proclamando apertamente l’intenzione di revisionare la Costituzione in nome della concentrazione di ogni potere nelle mani dell’Esecutivo, e dichiarandone il superamento in virtù del fatto che essa sia stata figlia di uno schieramento comprendente anche i comunisti.

La Resistenza di 65 anni fa ha portato alla Repubblica ed alla Costituzione che da poco ha superato i 60 anni, affermando principii ispiratori della convivenza civile validi ancora oggi, per quanto non compiutamente realizzati.

La resistenza di oggi deve mirare a salvare i principii di quella Costituzione che oggi si vuol mettere in discussione; deve mirare a difendere le libertà ed i diritti degli individui e dei cittadini da concezioni autoritarie che impongono o negano scelte di inizio e fine vita, che impongono un’informazione unilaterale e di comodo, che negano il diritto alla partecipazione politica ed alla rappresentatività delle Assemblee elettive, che ostacolano la mobilità della nostra società e ne deprimono l’apertura, che promuovono il privilegio e condannano il merito, che sostituiscono la furbizia al lavoro.

Gli italiani di oggi non devono dimenticare, e devono ricordare cosa costò al Paese la lotta contro la dittatura ed il raggiungere la democrazia: imperfetta come tutte le cose umane, ma non sostituibile con alcuna altra concezione della convivenza civile, politica e sociale. Il rispetto per i caduti dell’una e dell’altra parte non deve confondersi con il considerare equivalenti chi  ha lottato per la libertà e la dignità del Paese, e chi ha combattuto dall’altra parte; chi ha imposto e firmato le leggi razziali, e chi a seguito di queste è stato privato dei diritti di cittadinanza, dei beni, della vita.

E gli italiani di oggi devono tener presente come le dimenticanze e la perdita della memoria storica siano una delle premesse dell’involuzione antidemocratica del Paese: la lotta di allora e le battaglie politiche di oggi sono unite da un filo di continuità che non si può e non si deve spezzare.

 Internet è oggi l’unico spazio disponibile alla libera circolazione di idee ed opinioni. Come i samizdat nell’Unione Sovietica degli anni ’60 del secolo scorso furono gli unici canali d’informazione praticabili per chi intendesse esprimere posizioni diverse da quelle ufficiali, oggi la “rete” è l’unico spazio libero ed a disposizione per l’informazione passiva ed attiva di tutti, e può costituire un potente veicolo di informazione alternativa.

Proponiamo pertanto che, nel corso delle giornate del 23 e 24 Aprile, appaiano su tutti i siti ed i blogs convinti della necessità di salvare la fragile democrazia italiana, e vengano inviate via e-mail ad amici conoscenti le parole di Pietro Calamandrei:

LAPIDE AD IGNOMINIA

Lo avrai
                        camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani
                          ma con che pietra si costruirà
                         a deciderlo tocca a noi.
                         Non coi sassi affumicati
                      dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
                         non colla terra dei cimiteri
                       dove i nostri compagni giovinetti
                        riposano in serenità
                    non colla neve inviolata delle montagne
                       che per due inverni ti sfidarono
                      non colla primavera di queste valli
                        che ti videro fuggire.
                       Ma soltanto col silenzio del torturati
                       Più duro d’ogni macigno
                       soltanto con la roccia di questo patto
                       giurato fra uomini liberi
                      che volontari si adunarono
                      per dignità e non per odio
                      decisi a riscattare
                       la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
                          ai nostri posti ci ritroverai
                         morti e vivi collo stesso impegno
                         popolo serrato intorno al monumento
                       che si chiama
                       ora e sempre
                        RESISTENZA

(da Gim Cassano – Spazio Lib-Lab)

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Per una Palestina araboisraeliana federata all’Europa


Un antisionista israeliano o è un matto masochista o è un santo (non nell’accezione comune di persona da venerare, ma di persona di buona volontà) che vuole la pace ed è disposto ad eliminare Israele pur di giungere alla pace ed ad una soluzione monostatale, che io non disdegno affatto. Un antisionista non israeliano esprime disprezzo verso uno Stato che non è il suo, come se ci fossero non italiani che si definissero antiitaliani. Lo accetteremmo? Se possiamo finire per accettarlo (ingiustamente) per i leghisti che italiani sono, mai lo accetteremmo per movimenti, Stati o singole personalità politiche estere. Perché ciò dovrebbe essere accettato da Israele? C’è qualcuno che si caratterizza per essere antiarabopalestinese? L’antinazionalismo non mi convince neppure come espressione. Usiamo termini in positivo, che esprimano meglio ciò che vogliamo costruire, piuttosto di ciò che intendiamo superare. 
Il termine ‘antisemita’ ha ormai sostituito totalmente quello di ‘antiebreo’. Così finisco per leggere che Hamas è antisemita, come se i membri di Hamas non siano semiti anch’essi. Sono per una soluzione monostatale ai problemi israelopalestinesi. Soluzione monostatale è pure quella degli estremisti iraniani (infatti loro sono per uno Stato arabo islamico possibilmente sciita che butti al mare gli ebrei o che comunque li renda ‘inoffensivi’). Specifico, quindi, che lo Stato che voglio per la Palestina storica dovrebbe nascere da Israele e non contro Israele, che tale Stato sia il compimento delle speranze laiche, liberali e socialìste che stanno alla base del sionismo storico, che tale Stato e che lo sforzo per realizzarlo, quindi, non possano mai essere antisionisti.
Essere antisionisti oggi ed esserlo da non cittadini israeliani significa essere contro l’unico Stato al mondo a maggioranza ebraica. Qualsiasi ebreo o mezzo ebreo come io mi dichiaro credo che abbia il diritto di sentirsi per lo meno offeso. Immaginate che ci sia mezzo mondo letteralmente (capi di Stato, di governi esteri, movimenti più o meno organizzati, manifestazioni di piazza, personalità della cultura e gente comune) che dica peste e corna del Risorgimento, della Resistenza e della Costituzione italiana, che bruci il nostro tricolore e si faccia saltare per aria tra la popolazione italiana, che dichiari che gli italiani debbano sparire dalla penisola o che almeno non hanno il diritto di avere un loro Stato unitario poiché nato dalle violenze delle annessioni capeggiate da casa Savoia. Immaginate che tutto ciò avvenga quotidiamente e dappertutto, a partire dai salotti delle persone che più stimate. Se vivessimo in un clima simile noi italiani (residenti in italia o appartenenti alla diaspora italiana all’estero) accetteremmo che ci venisse detto che tutto ciò non è antiitaliano, ma soltanto contro l’ideologia della Repubblica Italiana? Non credo. Ecco spiegato con un esempio perché antisionismo significa antiebraismo. 
A volte ciò che appare ragionevole non lo è affatto e la soluzione del problema israelopalestinese costruendo uno Stato arabopalestinese nei territori di Cisgiordania e Gaza è un esempio di ragionevolezza apparente. Volere fare nascere oggi uno Stato arabopalestinese nei territori della Palestina non israeliana sembrerebbe ragionevole, appunto, seguendo la logica della considerazione che è dal 1948 (anche da prima, a dire il vero) che lì i sionisti e gli arabi si fanno la guerra e, di conseguenza, se li separiamo e creiamo condizioni pressocché paritarie smetteranno di combattersi. A parte che tale semplificazione della realtà storica poco ha a che vedere con la realtà, quel poco che, comunque, di reale ha conduce, a mio modesto parere, a considerazioni opposte. Se ormai volere giudicare la nascita dello Stato israeliano ha poco senso logico e tanto senso negativamente ideologico, giudico la nascita dello Stato arabopalestinese come la peggiore tra le sciagure che possano capitare innanzitutto proprio agli arabopalestinesi. Tra l’altro, proprio l’attenzione per le parole mi porta a chiamarli così e non palestinesi soltando, poiché palestinesi sono anche gli israeliani, poiché quella regione geografica così si chiama da millenni, dal Giordano e dal Mar Morto fino al Mediterraneo e la geografia fisica non conosce confini, né ideologie. Lo Stato arabopalestinese dipenderebbe sempre da Stati esteri e attualmente finirebbe nelle mani della peggiore cricca (specialmente se a vincere l’attuale loro guerra civile strisciante sia Hamas).
Sono d’accordo, invece, sull’idea di far entrare Israele nell’Unione Europea. Canalizziamo tale percorso d’ingresso in maniera tale che Israele divenga sempre più lo Stato plurinazionale che non fa discriminazione alcuna tra i suoi cittadini. Favoriamo chi in Israele voglia fare tale percorso finanche essendo disposto a non usare più per il proprio Stato i simboli nazionali israeliani (nessuno gli impedirà di usare tali simboli per organizzazzioni intrastatali pubbliche e/o private, ovviamente). Gerusalemme potrebbe benissimo essere la capitale storica e culturale di tale rinnovato Stato plurinazionale postsionista (non antisionista) ed euromedioorientale. Ecco la mia ipotesi di Stato unico.
Il nome di Stato Palestinese, ad esempio, sarebbe per me abbastanza appropriato, se coinvogesse anche CIsgiordania a Gaza. Sarebbe un nome neutro e credo che nessun israeliano avrebbe paura a chiamare nei documenti ufficiali Palestina ciò che nel cuore chiama Terra d’Israele, se a base di un tale Stato ci fosse un totale rispetto dell’identità ebraica come di quella araba.
Continuo a dirmi sionista poiché realizzazione del sionismo è lo Stato d’Israele, che ritengo sia oggi ciò che più di ogni altra organizzazione si avvicini allo Stato unitario che auspico. Per realizzarlo non ritengo affatto possibile né auspicabile la fusione tra Israele ed ANP, specialmente alle attuali condizioni: l’ANP è allo sbando, non rappresenta l’interezza degli arabopalestinesi (neppure di quelli abitanti i territori palestinesi non israeliani) ed inoltre è in atto una guerra civile strisciante tra Fatàh e Hamàs, la quale rappresenta la maggioranza degli abitanti di Gaza. 
Il primo passo, a mio modesto avviso di sionista filoarabopalestinese, dovrebbe essere quello di cancellare le discriminazioni interne allo Stato d’Israele tra cittadini ebrei e non. Discriminazione che è vergognosa e non giustificata dallo stato di guerra permanente. Non credo si possa giungere allo Stato unitario liberaldemocratico (nelle righe sotto spiego meglio che intendo) se non facendo in modo che l’entità che più gli rassomiglia (Israele) adotti i principi su cui vogliamo fondarlo. Da parte nostra di europei ciò potrebbe essere favorito dall’ingresso di Israele nell’Unione Europea. Se si lasciasse intendere in maniera chiara che le regioni di Cisgiordania e Gaza avrebbero il diritto di ingresso in Israele che entra nell’Unione Europea vedrei tale mossa favorire l’eventualità che emerga una figura politica arabopalestinese che guidi il suo popolo verso la pace e la libertà della soluzione monostatale che qui prefiguro, specie se si dicesse in maniera chiara che i simboli ed il nome statali potrebbero in tale fase ‘costituente’ essere concordati. Da sionista pretenderei che ciò non cancelli Israele, ma che la renda una parte dell’entità statale unica come un cantone lo è della Svizzera o il lander della Baviera lo è della Germania e lo stesso tipo di autonomia potrebbero avere la regione di Gaza o la Cisgiordania, ovviamente. Il nuovo Stato Palestinese dovrebbe essere fondato sulle idee della liberaldemocrazia, che include democrazia e non discriminazione, includendo Stato di Diritto e legame cultural-politico con l’Occidente, inteso nel senso politico e non geografico (Australia, India, Giappone, quindi, inclusi). La nascita di tale Stato ed il suo ingresso nell’Unione Europea dovrebbe essere accompagnato all’impegno, da parte dell’Unione Europea stessa di dare risarcimento ai profughi palestinesi, intendendo per profughi quelli che realmente hanno subito perdite ingiustificate dalla nascita dello Stato israeliano o dalle guerre che si sono succedute in questi ’60 anni, includendo i loro figli. La legge del ritorno e le massiccie immigrazioni di ebrei (e non ebrei che hanno approfittato delle falle della legge) negli anni ’90 hanno favorito le attuali violenze, una ‘legge del ritorno’ per i palestinesi dovrebbe, quindi, essere esclusa. La questione sionista e quella palestinese sono congiunte e sono transnazionali e possono avere adeguata soluzione solo a livello transnazionale. Perché è nato il sionismo? Perché i nipoti ed i pronipoti di palestinesi che vivono (ed hanno vissuto dalla nascita e magari vorrebbero continuare a vivere) in un altro Stato arabo non ne hanno la cittadinanza? Il sionismo è nato per dare patria a qualsiasi ebreo del mondo che voglia vivere in uno Stato ebraico, a prescindere da dove fondarlo. Poi si scelse, sbagliando a mio avviso, la Palestina ed ora lo Stato israeliano esiste eccome, ma è destinato o a morire o a trasformarsi nella peggiore macelleria fascista di quell’area del globo. L’aspirazione di dare patria a qualsiasi ebreo del mondo voglia averne credo sia ancora, purtroppo, valida, ma bisogna prendere atto che tale patria non può essere né l’attuale Israele né l’eventuale futuro Stato unitario. Allo stesso modo gli arabopalestinesi debbono comprendere che è impraticabile la via del ritorno dei loro profughi o meglio di quelli che nella loro maggioranza tali vengono considerati per strumentalizzarli affinché nella Palestina pace non ci sia finché c’è Israele ed i sionisti.
L’unico sionismo politico attuale nello scenario globale è lo Stato d’Israele, con tutte le sue contraddizioni e con i suoi pregi e difetti. Qualsiasi antisionismo pretende di cancellare tale Stato. Il mio monostatalismo liberalfederale accetta che i simboli, l’inno e perfino le attuali istituzioni israeliani non vengano smantellate fino a che sionisti abitino nell’attuale territorio israeliano. L’importante è che tutto ciò non venga imposto alla restante parte (arabi ed altri) del territorio palestinese. Sionismo e monostatalismo liberalfederale sono perfettamente compatibili, quindi. 
Da gandhiano non mi dispiace neppure il nazionalismo, inteso non nelle sue degenerazioni, ma come amor patrio od anche amore per la cultura e le tradizioni della propria etnia. Gli attuali nazionalisti arabi pure, nello Stato federale che auspico, e forse anche meglio di ora potranno esprimere i propri sentimenti, anche quelli di odio antiebraico, l’importante è che non venga tollerato il passare alla violenza.
Ogni reale speranza per israeliani ed arabopalestinesi è per me nella soluzione monostatale. Gli arabi dovrebbero battersi per entrare in tale Stato e per renderlo migliore, piuttosto che per separarsi illisoriamente da Israele con l’idea anacronistica, violenta ed irrealizzabile dell’indipendenza. 
Legge del ritorno e risarcimento ai profughi palestinesi dovrebbero essere assunti, nel quadro che qui prefiguro, come carichi, onerosi ma onorevoli, dagli Stati Uniti d’Europa auspicati dai radicali o, almeno, dall’Unione Europea così come attualmente è, entrando Israele nell’Unione.
Per ciò che riguarda ‘la legge del ritorno’, ne vorrei una che sia valida per chiunque si dichiari ebreo e viva in Stati in cui ciò basta per non essere sicuro, per qualsiasi ragione. Vorrei una tale legge per l’intera Unione Europea. Lunga vita ad Israele! Pace e libertà all’intera Palestina… federata con gli Stati Uniti d’Europa.
Purtroppo, invece, la guerra sta trasformando Israele in qualcosa che mi fa paura. Per questo dobbiamo al più presto batterci per farla ritornare alla ragione ed alle sue radici laiche e liberal-laburiste. Chi meglio di chi si ispira all’azionismo può fare ciò? Quale forza politica può vantare tale comunanza di ispirazione di fondo con il sionismo? Salviamo Israele dalle degenerazioni militariste e nazionaliste, che la stanno trasformando in un mattatoio! Il movimento sionista, infatti, era laico e liberal-laburista come nessun altro movimento politico al mondo se non quello azionista. Lo Stato d’Israele oggi mi sembra sempre meno laico e sempre meno liberal-laburista. Sempre meno sionista, quindi. A parte gli ebrei azionisti che tutti conosciamo, molti ebrei italiani sono passati dalla tessera del Partito d’Azione al movimento kibbutzim in Israele, ovvero dal battersi per la libertà ed un socialìsmo non dogmatico qui in Italia a costruire praticamente un socialìsmo che non si è macchiato di ideologismo e di crimini in Israele. Tanti sono i legami tra azionismo e sionismo. Primo fra tutti i nomi di tali legami l’architetto e storico dell’architettura Bruno Zevi, sionista ed azionista. Alcuni esponenti azionisti erano dichiaratamente dalla parte di Israele.
Riguardo i ‘sionismi di destra’, non mi pare abbiano caratterizzato la società e la politica israeliana come e quanto i sionisti laburisti, ma è vero che negli ultimi vent’anni le cose hanno preso un’altra direzione e di sperimentazione socialìsta se ne vede e se ne parla sempre meno, mentre di guerra e di paura se ne vede e se ne parla sempre più nella mia amata ed alla deriva Israele.

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Considerazioni sulla sciagura abbruzzese

Se non tutti, quasi, i morti in questo terremoto non ci sarebbero stati se decenni fa si fosse posto seriamente la questione che viviamo in un territorio sismico e che, di conseguenza, dobbiamo fare come hanno fatto e fanno in Giappone e se, fondamentalmente, le regole venissero rispettate in questa nostra povera patria.
Le violazioni delle norme edilizie non sono di una sola parte politica, purtroppo. Su quando e dove sarà il prossimo terremoto italiano non si possono fare previsioni scientifiche, ma sul fatto che almeno altre centinaia di morti ci saranno possiamo solo essere certi, proprio a causa delle violazioni edilizie e di politici interessati semplicemente ad altro piuttosto che a fare come si fa nei Paesi in cui corruzione, sprechi e soprusi non mancano di certo, ma, almeno, si realizzano edifici che non cadono sulle teste delle persone quando la terra trema.

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